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giovedì 6 marzo 2014

"Non so quando, ma so che in tanti siamo venuti in questo secolo per sviluppare arti e scienze, porre i semi della nuova cultura che fiorirà, inattesa, improvvisa, proprio quando il potere si illuderà di avere vinto." (Giordano Bruno)



Ieri è stato un giorno qualunque per me. Un giorno ordinario della mia vita nella mia città.

Ho un po’ di scadenze e progetti da portare a termine. Le ultime settimane si stanno rivelando piuttosto stressanti.  Tra il laboratorio da finire e il conseguente trasloco imminente, la progettazione e la realizzazione di tre nuove linee da lanciare al più presto, la programmazione e la presentazione a fiere e eventi a breve scadenza, i conti che non tornano mai e il tempo  che sembra dimezzarsi, le consegne e gli ordini a cui dare priorità, le giornate trascorrono velocissime.

La mia vita è costruita intorno al lavoro che sto cercando, con tutta la forza di cui dispongo, di far decollare per fargli assumere la dimensione adeguata a mantenermi, e alla mia città che vorrei che mi somigliasse un po’ di più, perché io sono sua figlia e, da terrona tradizionalista e amante della famiglia, mi piacerebbe poterla guardare e riconoscermi, come mi accade con le foto degli anni ’70 dei miei genitori.

E ieri, nella mia normale quotidianità, lavoro e città si sono intrecciate di continuo. Ed è stata normale emozione.

Sono giorni che mi misuro con un nuovo lavoro. Ieri mi sono scontrata con un tentativo fallito. L’anello sul quale sto lavorando, in corso di forgiatura, si è fratturato in due punti. Nel mio lavoro è normale. In fondo un po’ me l’aspettavo. Oggi ho ricominciato a lavorarci sopra, a partire da una piccola modifica del disegno, sono sicura di farcela. Spero solo che Alexandra, che me lo ha commissionato, abbia ancora un po’ di pazienza.  A giudicare dall’entusiasmo con cui mi parlava al telefono ieri sera, dopo aver visto le immagini delle prime prove di realizzazione (anche se rotte), sento di poter continuare a lavorare serena.
Ieri è anche arrivato il pacco pieno di materiale nuovo. L’agitazione che mi aveva accompagnato in fase di ordine, e che mi ha richiesto quasi 4 ore di selezione e valutazione poichè mai sperimentato prima per i miei lavori, ha lasciato in un attimo il posto all’entusiasmo di avere una nuova possibilità tra le mani. 
Ho anche scoperto che il pacco spedito lunedì è già arrivato a destinazione e Ivana me lo ha confermato soddisfatta, che i preventivi richiesti piano piano vengono inviati, che il materiale acquistato da 4 giorni giace ancora nel magazzino del negozio, che le scadenze per i bandi si avvicinano e il lavoro è ancora a zero.

Tutto normale.

Ieri mattina mi sono anche messa in macchina con Francesco e sono andata in giro in città per un paio d’ore.

C’era il sole.

Ieri era l’ultimo giorno utile per assistere alla Mostra d’arte “Correnti Seduttive”. Un progetto ideato e curato da Alessandra Eramo, tarantina che vive a Berlino. Alessandra ha messo insieme un gruppo di artisti residenti nella capitale tedesca (4 oltre lei) che nell' ottobre 2013, durante una permanenza di 3 settimane nel Castello Aragonese, hanno osservato e vissuto la città e si sono lasciati ispirare. Le opere create sono state esposte in tre punti tra il borgo e la città vecchia, anche grazie al lavoro di qualche nostro valido operatore culturale.

Il percorso è stato breve ma ricco.

E così soffiando dentro un tubicino trasparente che spunta dal gabbiotto abbandonato delle informazioni turistiche in piazza Garibaldi, alcune immagini confuse e disturbate proiettate sulle vetrate, diventano immediatamente nitide e riconoscibili. E i suoni provenienti dagli altoparlanti prendono forma. Ruote di bicicletta sulla strada della via principale, i cani randagi che abitano piazza fontana, il mercato del pesce. E ho dovuto respirare profondamente per vederle, ho dovuto fare fatica, “sbuffare”. E, purtroppo, in questa città, a volta è necessario che qualcuno ti gridi nell’orecchio di “sbuffare” (magari anche qualche voce amica), perché altrimenti non riuscirai a vedere quanta bellezza ti circonda. E la consapevolezza della forza e della resistenza che ci vuole, si è palesata quando, pur essendo convinta di soffiare in quel tubicino, l’immagine è rimasta sfocata, e in quel momento la necessità istintiva di vedere chiaro e godere di quella vista mi hanno costretto a far uscire tutta l’aria immagazzinata nei polmoni, quasi come in un grido, ma era solo un soffio. E sono andata via da quel gabbiotto pensando che dovrà pur arrivare il giorno in cui ci basterà respirare normalmente per poter vivere in armonia con gli elementi di questo territorio.

Proseguendo verso il ponte girevole, fermarsi ad osservare le due sagome imponenti che sovrastavano il sottopassaggio, temporaneamente aperto ma di solito in disuso, è stato spontaneo. Sono i muri che imprigionano Taranto impedendole di scegliere il suo destino. Sagome eloquenti che mostrano le spalle a questa città. Ma scendendo quelle scale, i suoni e le immagini si fanno in un momento familiari. E di nuovo riconosco la mia città, nella voce e nelle parole di un uomo che emoziona, lotta, cambia, crede e resiste e che è spesso, a sua insaputa, ispirazione e stimolo per alcune mie scelte. Gli occhi lucidi arrivano in un attimo, come anche le risposte a molti dubbi che ultimamente mi pervadono e a volte rallentano i miei gesti di partecipazione al cambiamento.



L’ultima tappa era nel cuore della città vecchia. Palazzo Galeota. Vista, Udito e anima si saziano del tutto.
Mentre indosso delle cuffie che mi permettono di ascoltare i suoni provenienti da un giradischi, il mio viso è cupo, grigio. L’artista mi guarda e mi chiede “è dura, eh?” e allora gli mostro il viso di Francesco accanto a me: ha altre cuffie alle orecchie, il suono che ascolta proviene da un altro giradischi, Francesco sorride. Io ho ascoltato “parole di dolore”, lui “parole d’amore”. Provengono dalla nostra stessa città. La realtà non è racchiusa tutta nel vinile che ho ascoltato io. C’è altro. Il sorriso di Francesco me lo ricorda. Ne ho conferma ascoltando anche io. Dovrò continuare a ricordalo quando mi sentirò stanca.

L’ennesima emozione è affidata all’opera che mi permette di ascoltare suoni registrati per le strade di Taranto accompagnati dalle fotografie degli stessi luoghi. Mi viene in mente una mostra di Gabriele Basilico visitata nel 2008 a Bari. Lì, alle foto panoramiche del capoluogo pugliese erano associati dei suoni registrati dal regista Alessandro Piva. Fu suggestivo. Ieri è stato emozionante. Solo ascoltando avrei potuto capire a quale luogo appartenevano quei suoni, solo guardando le fotografie avrei potuto ascoltare nella mia testa i suoni di riferimento.

E così degli “stranieri” mi hanno fatto sentire a casa. Esprimendo in opera d’arte l’emozione, la frustrazione, il dolore, la fatica, l’incanto, la pace, il conflitto, il senso di impotenza e quello di bellezza che definisce il mio essere orgogliosamente tarantina e vivere quotidianamente questa terra.

E mi rendo conto, una volta di più, della potenza dell’arte. Della sua capacità evocativa, del messaggio che è in grado di veicolare, della forza che possiede e emana. E ho conferma di quanto la mia città ne abbia bisogno. Nutre l’uomo quanto il pane. Alimentarsi da infermi non è abbastanza. I sensi devono sentirsi sazi quanto lo stomaco. E l’anima e la mente hanno bisogno di energia quanto le braccia e le gambe, per cambiare il volto di questa città. Per renderla più simile agli esseri che la abitano, che non sono solo forza lavoro, ma, più di ogni altra cosa, genitori pieni di speranza e aspettative per i loro figli, giovani creativi e ambiziosi, professionisti senza aspirazioni da migranti,  ragazzi energici e sognatori.

La mia giornata normale è  proseguita come al solito. Lavoro e stress. Conti e progetti.

Fino alla sera quando, mentre l’italia guardava e criticava senza capire la poesia di un film da oscar, testimoniando ancora una volta di essere artefice dell’orrore in cui sta precipitando,  io assistevo ad un’altra “grande bellezza” tutta nostra. E ancora una volta ho molto da imparare da chi non condivide con me questa realtà. Ascoltare un musicista affermato che, spontaneamente, decide di mettere a disposizione tempo, parole, contatti e consigli per creare un evento che ha l’ambizione di urlare, anche quest’anno, la necessità di cambiamento di Taranto, senza chiedere niente in cambio, è “bellezza” vera. 
E mi sento fortunata ad incrociare nella mia vita tanta luce. 
Ed è uno schiaffo a chi continua a non muoversi per il cambiamento ritenendolo impossibile, a chi si è venduto per una poltrona più comoda ed è una nuova risposta per quei dubbi che a volte rallentano la mia corsa e che sono causati dalla fatica, dalla frustrazione, dalle complicazioni della quotidianità, dalla difficoltà incontrate nel confronto con gli altri.

La mia lunga giornata normale è finita poco dopo. 
La normale buonanotte ad alcuni pezzi della mia vita, e uno strano (e un po’ affaticato) sorriso stampato in faccia.

venerdì 14 febbraio 2014

Cos'è un ribelle? Un uomo che dice no (Albert Camus)



Mercoledì a Taranto non è successo qualcosa.

Mercoledì gli ex Baraccamenti Cattolica non sono stati sgomberati.

Mercoledì il movimento Officine Tarantine non è stato sradicato dal luogo in cui è nato.

Mercoledì non sono stati murati in tutta fretta gli accessi ad una struttura posta nel pieno centro cittadino, di proprietà comunale e in evidente stato di abbandono, fino a circa quattro mesi fa quando ha ricominciato a vivere grazie ad un gruppo di ragazzi ancora animati da un sentimento di speranza verso questa città.

E non è successo non per volontà di un’amministrazione comunale illuminata e in grado di usare tutti i sensi di cui dispone. 

L’udito per ascoltare le reali esigenze urlate della comunità che dovrebbe amministrare. 

La vista per guardare il cambiamento in meglio che movimenti, nati dall’ostinazione e dall’energia di chi non si arrende al futuro negato dal rischio di malattie o disoccupazione, sono stati in grado di portare negli ultimi mesi in molte zone della città, aumentando la sensibilità e il senso di appartenenza al territorio di tutti i cittadini. 

Il tatto per tastare le reali potenzialità, emerse in poche settimane, di un luogo perso da decenni in beghe burocratiche e generale disinteresse.
Il gusto per continuare ad assaporare e difendere i prodotti unici e caratteristici che la propria terra potrebbe offrire e che invece è costretta a smettere di coltivare.

L’olfatto per sentire l’odore di pareti pulite verniciate da poco, di una cucina che sfama decine di ragazzi instancabili dopo turni di pulizia e lavori di ristrutturazione, del legno tagliato per costruire scalette, porte, mobili e strutture di rinforzo, della terra e dell’erba di aree verdi, merce rara nella città dell’acciaio. 

E infine il più importante di tutti: il buon senso. Quello che dovrebbe spingere l’amministrazione locale a cercare un confronto con le realtà positive e attive di questa città e non apportare una firma su un documento per permettere uno sgombero senza dialogo.


Ieri lo sgombero non c’è stato perchè una manciata di tarantini, utilizzando tutti i sensi di cui sopra, ha detto no. E ha scelto. Ha scelto di sostenere questi ragazzi che quattro mesi fa sono entrati, con l’intento di renderlo fruibile, in quello che un tempo era il cral Arsenale (una serie di edifici e aree verdi con sale incontro, sale giochi, un cinema, una birreria ecc), ora proprietà del Comune e in assoluto stato di abbandono da quando è stato dismesso dalla Marina Militare un ventennio fa. 

Questa manciata di tarantini, mercoledì, ha preso una decisione su ciò che è meglio per sé e per la città che abita, e lo ha mostrato, a braccia alzate e mani libere sulla testa, ai poliziotti, in inutile tenuta antisommossa, che cercavano di chiuderli fuori il cancello. La tensione c’è stata. La violenza no. E la polizia alla fine è andata via. Almeno fino ad ora.


Ma la scelta ormai la gente l’ha fatta.

Perché se è vero che le regole sono importanti e che le Officine Tarantine le mettono in crisi, costringendoci a dibattere sulle perplessità che nascono intorno alla decisione di intraprendere l’occupazione abusiva di un luogo pubblico (sebbene portata avanti in nome di un interesse collettivo), è vero anche che le regole devono essere importanti sempre e per tutti nello stesso modo. 

E se io vivo in una città il cui sindaco giustifica lo sgombero in quanto tenuto alla tutela della salute delle persone, e poi lo ritrovo indagato per l’inchiesta “Ambiente Svenduto” (che con la salute ha molto a che fare) insieme al governatore della regione e a svariati assessori regionali e provinciali, penso che, oltre a vivere secondo le regole, devo trovare un modo per difendere la mia vita e il mio futuro nella mia città da chi in realtà non la tutelerà mai, ma al contrario ride sulla possibilità che mi ammali.

E quando vedo che questa città è abitata da gente che, sostituendosi all’amministrazione locale e senza alcuno scopo politico o economico, si occupa di pulire e rifunzionalizzare piazze e aree verdi pubbliche, ricerca luoghi da bonificare e aprire a tutti, per costruire spazi in cui potersi esprimere e dare vita alle proprie idee, si riunisce e si scontra anche sei giorni a settimana in assemblee pubbliche, alla ricerca del modo migliore per restituire a questa città il volto che merita, la scelta di chi sostenere e quali regole seguire, diventa un po’ più semplice.

È per questo che sabato mattina sarà facile decidere di aderire alla mobilitazione organizzata dalle Officine Tarantine, che partirà da Via di Palma alle ore 9.00 e arriverà in Piazza della Vittoria per parlare, con chi ne avrà voglia, della “mancanza di spazi di aggregazione, di luoghi dove si respiri cultura, della quasi sempre forzata migrazione giovanile e dell'assenza di una concreta alternativa alla logica della grande industria a cui si contrappone la voglia di riappropriarsi del proprio futuro”


Io non so come finirà questa storia (anche se un presentimento purtroppo ce l’ho), quello che so è che mi aspetto che chi decide di amministrare una comunità sia migliore di me, è per questo che non intendo smettere di sostenere e difendere chi continua a dimostrare di esserlo, affinchè io possa continuare a scegliere ed essere davvero padrona della mia vita.


lunedì 13 gennaio 2014

"Guardatevi da tutte le imprese per le quali occorrono abiti nuovi." (Henry David Thoreau)



Un mese fa ho assistito alla presentazione di un progetto ambizioso e dal sapore delirante.
Non ero nella mia città.
Il progetto non riguardava nemmeno il mio Paese.
Chi ne parlò, per circa mezz’ora, aveva una cadenza nella voce che non mi appartiene.
Andai via di lì esterrefatta ma convinta.

Ieri ho assistito alla presentazione di un altro progetto. Ho respirato di nuovo ambizione e delirio.
Ero nella mia città.
Il progetto riguarda Taranto, che conosco bene, abito, amo e difendo.
La voce di chi ne ha parlato, per più di due ore, mi ha rassicurato sulle nostri comuni origini.
Sono andata via esterrefatta. Punto.

Un mese fa, due ricercatori hanno presentato davanti ad una piccola platea nel corso di un evento espositivo per makers, il loro progetto di costruire case nel Sud del Mondo usando stampanti 3D.
È il racconto di un sogno. Coloro che ne parlano e ce lo spiegano però non sembrano essere visionari. È gente che ha sempre lavorato nell’ambito del “fare”, che si è specializzata, che ha speso tempo, soldi, propri e di chi ci ha creduto, ed energie nella ricerca. Ovviamente con la curiosità e l’entusiasmo necessari ai sognatori. E che oltre ad aver avuto un’idea ha messo su un progetto per realizzarla. Questo gruppo di ricercatori ha unito le conoscenze acquisite sul campo negli anni e studi accademici per sviluppare una propria stampante 3D a basso costo e dalle caratteristiche uniche, la cui vendita è finalizzata all’autofinanziamento del progetto più ampio di stampanti 3D in grado di "estrudere case" in argilla. Loro fanno parte del WASPproject. E della loro impresa ne potete leggere più approfonditamente qui.
 
Quello che posso dire io, è che mi hanno convinto. Forse perché non volevano affatto convincere nessuno. Parlavano del loro lavoro, vissuto come vocazione. Ci hanno mostrato la loro macchina con la luce negli occhi di chi gli ha dato vita come fosse un figlio. Ci hanno spiegato i passi che stanno compiendo per arrivare alla realizzazione di moduli in argilla mostrandoci immagini, numeri, e prove sperimentali. Nessuna voglia di convincerci. Nessuna parola chiave ripetuta oltre misura. Nessuna presentazione sofisticata. Nessuna immagine drammatica o di effetto che facesse apparire il loro proposito degno di santità. Solo un sogno che per diventare realtà richiede energia, fatica, lavoro, impegno, dedizione, poche parole e molto sudore.
Sono andata via carica ed entusiasta.  E mi piace poter scrivere di questo incontro. Mi dispiace che una realtà del genere sia lontana dal posto in cui vivo.

Ieri ero nella mia città e ho assistito alla presentazione di una ambiziosa idea che punta a ridare un nuovo volto glorioso a Taranto.
Sarà che una presentazione che dura più di mezz’ora comincia a indispettirmi e mi suona più come tentativo di ipnosi (ieri è durata più di 2 ore).
Sarà che troppi rendering e pochi conti, più che a “possibilità” mi fanno pensare a “illusioni”.
Sarà che, se ho un’idea, prima del consenso generale, degli applausi e delle esaltazioni provenienti da gente che poi se ne torna a casa per curare il proprio orticello o per capire come può mangiare la verdura del vicino, mi chiedo chi può aiutarmi a migliorarla e renderla davvero attuabile, ancora di più se mi mancano alcune competenze e una certa formazione.
Sarà che credo nel miglioramento e mi spaventa lo sconvolgimento
Sarà che non spenderei energie (e soldi) per costruire deboli segnali di fumo (anche perché di fumo qui ce n’è già abbastanza), se poi non sono in grado di muovermi per le esigenze dei miei concittadini costretti ad attendere in piedi il “consueto” ciclo di chemioterapia, in una mattina qualunque nella sala d’aspetto dell’ospedale di Taranto.
Sarà che io un piatto di pasta con chi mi ha ascoltato per due ore lo dividerei.
Sarà che non ho bisogno di inventarmi la storia e costruirmi monumenti datati III millennio per onorarla, se ci cammino sopra ogni giorno a mia insaputa. Si potrebbe provare a investire risorse per portare la storia alla portata di tutti, affinchè, una volta conosciuta, tutti imparino ad amarla e rispettarla e sappiano farla amare anche a chi passa di qui per voglia e per caso.
Sarà che un orgoglio “costruito” dal retrogusto americano non mi si addice. Io, citando indegnamente il signor G., “non mi sento italiana, ma per fortuna o purtroppo lo sono”.
Sarà che prima di partire con telefonate intercontinentali, citofonerei al mio vicino per chiedere di cosa ha realmente bisogno.
Sarà che nella mia città avrei voglia di vedere meno scudi e più risorse per gli operatori culturali affinchè possano mettersi al servizio della città.
Sarà che nonostante sappia che significa scrivere un progetto, e perciò riconosca e ammiri l’impegno, la dedizione, l’entusiasmo, la fatica investiti per canalizzare queste energie e idee, non mi sento in obbligo di appoggiarne il percorso solo perché al momento non ho un progetto alternativo altrettanto (inutilmente) faraonico. Continuo a credere che la continua stimolazione alla partecipazione attiva dei cittadini, i progetti nati da larghe condivisioni e meno pretenziosi, siano ingredienti fondamentali per una comunità più cosciente, consapevole, responsabile e in grado di prendersi cura di sé stessa, del territorio che abita e capace di decidere il proprio meglio e opporsi a chi intende ancora guidarne malamente le sorti.
E chissà che alla fine non si scopra che la visionaria sia io.

mercoledì 29 febbraio 2012

"Quell'angolo di mondo più d'ogni altro m'allieta, là dove i mieli a gara con quelli del monte Imetto fanno e le olive quelle della virente Venafro eguagliano; dove Giove primavere regala, lunghe, e tiepidi inverni, e dove Aulone, caro pure a Bacco che tutto feconda, il liquor d'uva dei vitigni di Falerno non invidia affatto" (Quinto Orazio Flacco)


Sto rinviando questo post da giorni…forse perché l’argomento mi tocca da vicino…forse perché mi infervoro se ne parlo e temo di non riuscire a controllare le parole…forse perché ci sarebbe troppo da dire e devo ancora farmi un’idea chiara di dove fermarmi…in ogni caso non intendo aspettare più…la mia foto di oggi e di ieri (e in realtà anche di giorni precedenti) è per la mia città…per le immagini mi sono fatta aiutare sia dal mio archivio di foto scattate in tanti anni che dai miei amici che girano per le mie strade in questi giorni…

365/39 
La storia che ho voglia di raccontare riguarda una città e la sua squadra di calcio…la città è bellissima…con una storia interessante alle spalle che ha origine sin dalla Magna Grecia e una posizione geografica e un aspetto che dimezzerebbe il lavoro a qualunque ente per il turismo che avesse il compito di promuoverne la visita… ma è anche una delle più inquinante d’Europa…con tasso di incidenza di tumori e malattie alle vie respiratorie che supera di gran lunga la media europea…la squadra è attualmente di terza categoria ma vanta una tifoseria che meriterebbe ben altri palcoscenici…con senso dello sport, attaccamento e quell’amore incondizionato che forse si riserva solo ai parenti, ha sopportato negli anni ogni genere di piaga abbattutasi sulla squadra…dai provvedimenti un po’ troppo restrittivi presi nei confronti della tifoseria ai sogni infranti ad un passo dalla qualificazione alla categoria superiore, dai fallimenti societari alle lotte contro il dissesto comunale per avere lo stadio cittadino a norma, da presidenti poco innamorati a limiti tecnici contro i quali c’era ben poco da fare… il destino più volte si è preso gioco di loro ma questo non ha mai tolto la voglia di crederci e perciò non hanno mai fatto venire meno il sostegno alla squadra…se vi fate un giro da noi potrete imbattervi in qualche centinaia di tifosi attendere di notte alle porte dello stadio il pullman della squadra di rientro da una trasferta vinta all’ultimo minuto, solo perché l’allenatore, al microfono dell’intervista tipica di fine partita, in preda all’entusiasmo, invita i tifosi ad accoglierli all’arrivo…oppure potrete vedere i balconi di una città intera che a giugno, ormai da qualche anno senza mollare, si vestono di rosso e blu perché stanno per iniziare i play off e si cavalca il sogno della B…guardando una partita è possibile vedere lo spettacolo emozionante e commovente di due giocatori che si avvicinano alla curva e regalano un mazzo di fiori ai parenti di un ragazzo appena scomparso, un normale tifoso, molto attivo e impegnato per il risanamento di Taranto e che ha dato vita insieme ad altri ragazzi al movimento “Ammazza Che Piazza” che autofinanziadosi si preoccupa di restituire dignità ai luoghi verdi della città… l’amore è forte e il rapporto tra la squadra e la città è stretto…tanto che quando quest’anno l’attuale presidente della società si è trovato in difficoltà e sono cominciati ad arrivare i punti di penalizzazione per il mancato pagamento degli stipendi dei giocatori, un gruppo di tifosi organizzati i “Taranto Supporters” si è mobilitato e senza pensarci troppo ha indetto una raccolta fondi per poter finanziare una o più partite…i cittadini hanno risposto e sono stati raccolti addirittura 11mila euro…non so… a me non sembra qualcosa di così scontato…un sondaggio pubblico su internet ha deciso quale sarebbe stato “lo sponsor” da applicare sulla maglia per la partita finanziata…lo slogan scelto è stato “RespiriaAMO Taranto”…la Lega PRO approva…la maglia si stampa…
l’emergenza ambientale da noi è elevata e faticosamente negli anni qualcosa si muove…la sensibilità è aumentata…i tarantini prendono coscienza ogni giorno di più della condizione di morte e distruzione nella quale stiamo precipitando…cambiare è un processo lento e difficile…soprattutto quando un fumo nero che spara al cielo ogni giorno è diventato talmente tanto abituale da togliere la possibilità di immaginare un futuro diverso…ma qualcosa sta accadendo…il futuro diverso comincia a sembrare possibile… e così, sempre se ti fai un giro da noi, puoi imbatterti in manifestazioni organizzate o spontanee, programmate o estemporanee…puoi incontrare giornalisti di testate nazionali in grado di fare le “domande giuste”…si scrivono perizie che addossano responsabilità…si iniziano processi...puoi leggere sui muri o in striscioni appesi, slogan scritti a mano o  graffiti manifestanti il disagio, creati da ragazzi molto lontani dagli schieramenti politici…”respiriAMO TARANTO” ben si sposa con tutto questo…con questa presa di coscienza…con questa ventata nuova e sana…del resto lo sponsor sono i tarantini…lo slogan deve esprimere quello che meglio li rappresenta…o forse no…sì, perché la partita sabato c’è stata ma la squadra è scesa in campo con una maglia senza sponsor…la Lega PRO il giorno prima della partita, quando sembrava che ormai fosse tutto deciso e l’entusiasmo cittadino era alle stelle, ha deciso di vietare alla squadra di giocare con quella maglia…pare che si fosse improvvisamente accorta che in realtà lo slogan nascondesse un messaggio politico…boh, forse leggendo la stampa al contrario (come si fa con l’ascolto di alcuni dischi dei Led Zeppelin) si può riscontrare il messaggio subliminale di andare a votare per il diavolo…a quanto pare per il diavolo votano loro…perché non si può non pensare che la volontà politica in realtà sia dietro questo divieto… una volontà politica che non guarda affatto all’esigenze e alle richieste della società che la riguarda…
paradossalmente è quasi un bene quello che è accaduto…i giochi sono abbastanza chiari ora agli occhi di tutti…anche di quella parte di cittadini che si ostinava a disinteressarsi delle sorti cittadine…e l’indignazione è forte…

perchè tutto questo non riguarda più solo l’amore per lo sport e per la squadra locale ma una città intera che continua ad essere vessata e maltrattata come se non esistesse…si perché Taranto merita di essere salvata non solo per il patrimonio storico e artistico che conserva tra le vie della sua città, non solo per il mare che la circonda che è uno spettacolo naturale senza pari, non solo per le cozze e la puccia agli uccelletti, non solo per i citri, per il bisso, per i riti della Settimana Santa, per il rosone di San Domenico e il cappellone di San Cataldo, non solo per il pranzo "da Ugo" o il panzarotto "di Ernesto", non solo per la Raffo bevuta in piazza fontana il giovedì santo o per la passeggiata sul lungomare, non solo per l’apertura del ponte girevole o lo spettacolo dal ponte di pietra, non solo per il mercato del venerdì alla Salinella o del sabato ai Tamburi, non solo per il teatro Tatà, per la villa Peripato, Cimino o il Parco Archeologico, non solo per i fiori che da 34 anni ricordano Iacovone o per lo stadio che ospieterebbe senza modifica alcuna avversari di serie B, non solo per un museo che ospita una collezione di Ori della Magna Grecia famosa in tutto il mondo…Taranto merita di essere salvata perché è una città ABITATA…e perché i tarentini sono capaci di grandi gesti…forse a volte un po’ discontinui…ma questo capita quando le difficoltà da affrontare sembrano non finire mai…perché è difficile mantenere alta l’attenzione su tutto quando il tutto è davvero troppo…ma i tarentini ci sono…e si sente…è il momento di riprendersi la città…e il momento non va’ sprecato…ora va’ davvero mantenuta l’attenzione alta su tutto…e ogni forza va’ coinvolta…ogni risorsa…

 perché scene come questa che si vedevano ieri da ogni punto della città devono essere denunciate a gran voce…uno spaventoso fumo nero a causa di un incendio dovuto all’esplosione di un trasformatore del reparto tubificio, che fortunamente non ha provocato feriti, non va’ più dimenticato dopo un giorno e catalogato come incidente “messo in conto”…noi tarantini non dobbiamo più permetterlo…
sono orgogliosa quando vedo i miei amici diffondere ripetutamente le notizie di tali eventi sui social network,
quando, se non sono a Taranto, mi spediscono le foto di manifestazioni improvvisate sotto il palazzo di città (in pochi o in tanti non ha importanza ora, bisogna solo continuare a farlo) con lo scopo di gridare in continuazione che si è arrivati al limite, quando leggo sempre più articoli di testate nazionali che riguardano la nostra drammatica situazione, sono orgogliosa quando la squadra decide di mettere in vendita la maglia ufficiale usando come sponsor “respiriAMO TARANTO” e ovviamente spero che nasca un accordo nuovo che metta in vendita anche altre maglie con la stessa scritta affinchè possano essere indossate da tutti…perché all’interno di una famiglia ogni componente ne possa portare una, dal figlio di 2 anni alla nonna di 80…e perchè la prossima domenica con partita giocata in casa tanto lo stadio si riempia di tifosi e spettatori di ogni età con indosso un’unica maglia, quanto la pasticceria sotto casa, la piazza del centro, il ristorante cittadino si riempiano di cittadini ugualmente vestiti, orgogliosi e consapevoli.
365/40

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